La responsabilità sociale dell’impresa è una foglia di fico?


Le aziende spendono per progetti sociali più di quel che vorrebbero e peggio di come potrebbero

La responsabilità sociale dell’impresa (Corporate Social Responsibility) è stata – negli ultimi anni – una moda del marketing sociale molto praticata. Sventolando questa bandiera le imprese hanno voluto mostrare di avere a cuore gli effetti che le loro azioni producono sulla collettività. Le ha indotte a questa pratica la convenienza di mostrarsi non egoiste e anche una legislazione che voleva mostrarsi moderna e attenta.

Seguendo questa pratica, le aziende dovrebbero (o avrebbero dovuto) mostrare un certo impegno nel “restituire” alla società qualcosa di ciò che guadagnano dallo svolgimento della propria attività o dei danni che procurano all’ambiente.

Le imprese, cioè, dovrebbero impegnarsi ad investire del denaro per azioni di finalità sociale volte al miglioramento delle opportunità per tutti, anche a titolo di parziale risarcimento per gli inevitabili costi sociali connessi alla loro attività. Allo stesso tempo, le imprese dovrebbero preoccuparsi del clima interno e del benessere di chi lavora per loro

Ciò presupporrebbe la capacità di valutare gli esiti delle proprie azioni e di tenerne conto. Ma alle aziende interessa davvero? Dipende.

Dov’è la stanza dei bottoni?

Dipende anzitutto dalla natura dell’azienda e dalla distanza fisica tra la sua stanza dei bottoni  e il mondo sul quale le sue azioni impattano. Nelle piccole e medie imprese quella distanza è minima: il “padrone” è un imprenditore in carne ed ossa. Esce di casa, va al bar e tutti lo conoscono e lo riconoscono. Assume le persone del luogo, il futuro della sua azienda e quello del territorio sono strettamente connessi. Se lui fallisce il paese fallisce. È per questo che nei periodi di crisi può darsi che paghi gli stipendi di tasca sua e che si impegni la casa per onorare i debiti.

È un modello d’impresa un po’ sorpassato: oggi i capitali necessari ad avviare una nuova impresa sono sempre più rilevanti ed è piuttosto difficile farsi finanziare le buone idee. Le aziende più piccole chiudono o sono costrette a vendere. Oltretutto, le università e le società di consulenza dicono che dal punto di vista manageriale il modello dell’impresa tradizionale, familiare non è più adeguato alle necessità del mercato. Oggi vincono le grandi aziende, possibilmente multinazionali.

Il dovere dei manager

Nelle società a proprietà diffusa, gestite da manager – invece -vi è una forte diluizione delle responsabilità: i manager si sentono responsabili soltanto verso chi li ha assunti o, meglio ancora, verso i propri superiori gerarchici, su su fino ad arrivare al Consiglio di amministrazione, espressione diretta dei rapporti di potere e proprietà. Cosa chiedono i consigli di amministrazione ai manager dell’azienda?

Profitti. È questo che chiedono.

Al di là delle romantiche definizioni scritte nei manuali universitari (la “creazione di valore”, il soddisfacimento di una domanda esplicita o latente), lo scopo ordinario di un’impresa è quello di generare profitto per chi vi ha investito. Ai manager è richiesto di fare il bene della proprietà, perciò, e non quello dei clienti o del pubblico. A questo unico scopo sono subordinati l’organizzazione dell’impresa e tutti i suoi rapporti interni ed esterni. Quando il bene dell’azienda e quello della società entrano in conflitto, l’azienda fa sempre prevalere il proprio interesse, a meno che la regolamentazione del mercato non sia in grado di alterare il calcolo di convenienza dell’impresa stessa. Ecco che, allora, diviene importante il secondo elemento: la distanza tra il centro decisionale dell’impresa e la società nella quale l’impresa opera, come detto sopra.

I dipendenti sono risorse come le altre?

In quella collettività trascurata dalle imprese rientrano anzitutto i dipendenti e i collaboratori dell’impresa. Per l’impresa queste figure sono un costo. Sono anche una risorsa, ma sono viste come risorse abbondanti, sostituibili, non strategiche. Per questa ragione, fatti salvi i casi d’eccellenza, queste “risorse umane” si acquistano con la medesima logica con le quali sia acquista ogni altro fattore della produzione: tirando sul prezzo d’acquisto. E allo stesso tempo, riducendo al minimo la manutenzione e sostituendole con altre di minor costo quando sembri economicamente più conveniente farlo.

Così il personale che lascia l’azienda non viene rimpiazzato, due persone debbono fare il lavoro di tre e si esternalizzano parti del processo per poter un giorno rinunciare ad intere parti del servizio, anche peggiorandone la qualità. Ma le “risorse umane”, le persone che lavorano in un’azienda sono l’azienda stessa, il vero fattore critico di successo, ambasciatori viventi dello spirito di un’azienda. Tutte le persone, però, non soltanto il board e le prime linee.

La Discontinuità

Le aziende si sono convinte che il vero motore della loro crescita sia la discontinuità e in parte hanno ragione. Ma è la discontinuità dei comportamenti ciò che serve. Forse anche la discontinuità dei prodotti, perché il mondo cambia e così anche molti bisogni, ma la discontinuità delle persone che contribuiscono a creare il successo non risponde quasi mai al bisogno di innovare il business: serve solo a ridurre i costi. Così in molti uffici la vita è inutilmente dura, si lavora e si lotta per sopravvivere, per non finire nel prossimo turno di  ristrutturazione” e le aziende spesso tollerano e incoraggiano comportamenti lesivi della dignità umana.

Mobbing e bossing, in questo senso, sono soltanto la punta dell’iceberg. Ma con il “divide et impera” – nel breve periodo – i profitti aumentano. Già, perché il lungo periodo non importa a nessuno: chi sarà ancora in azienda tra cinque anni per contestare ad un manager i suoi comportamenti che hanno aumentato i profitti nel breve periodo e li hanno compromessi nel medio-lungo? Nel lungo periodo saremo tutti morti? È per questo che possiamo voltarci dall’altra parte?

La politica e i Free Rider

La politica, il controllore che dovrebbe dettare le regole della competizione corretta e che dovrebbe contenere i costi sociali della libertà d’impresa, è sempre più soggetta al potere delle imprese più grandi che  influenzano  per tutto il mercato le decisioni e le azioni di controllo. Lo fanno attraverso una dispendiosa prassi di lobbying e di finanziamento esplicito od occulto dei politici più disponibili a tutelarne gli interessi.

Le imprese, perciò, non hanno quasi mai molto vantaggio a proteggere gli interessi della collettività. Di conseguenza non lo fanno. A meno che non vi siano obbligate. Nella maggior parte dei casi esse agiscono da Free Rider, ossia viaggiatori a sbafo, come quelli che in autobus non pagano il biglietto e ne fanno ricadere i costi sul resto dei passeggeri. Se poi gli scrocconi si mettono anche a trattar male gli altri passeggeri, le conseguenze ce le possiamo immaginare. Sta di fatto che, a lungo andare, si corre il rischio di non potercela proprio più mettere, la benzina ai mezzi pubblici.

Allora quel che servirebbe, sarebbe una piccola rivoluzione che parta dagli uffici delle risorse umane che, controcorrente come i salmoni, riuscissero a far comprendere al top management che il denaro speso sulle persone e sulla società può essere molto più utile se usato per cambiare la cultura manageriale, che non una banale foglia di fico messa lì solo per coprire la giusta vergogna di un comportamento banalmente e brutalmente avido.

,